Avere cura dell’umano per salvare il Creato

di Giacomo Bertoni

Da uno dei ponti sospesi che collegano la torre A e la torre B del Mondino è possibile vedere le grandi sagome della Maugeri e del Dea. Siamo quasi sul tetto della Fondazione Mondino Istituto Neurologico Nazionale di Pavia: immerse nel verde, le due strutture si stagliano nel cielo azzurro di questo giovedì mattina, indifferenti al forte vento che sembra volermi spingere lontano. Tre centri d’eccellenza, centinaia di dipendenti, migliaia di pazienti.

Sono qui: guidando sulla tangenziale si passa a pochi metri in linea d’aria da queste finestre, passando da viale Brambilla la sera si vedono le luci rosse sul tetto del Dea, recandosi alla Nave si passa proprio accanto ai loro giardini. Sono qui: ce ne ricordiamo? Con il recente pronunciamento della Consulta siamo tornati a parlare di fine vita, ma è stato un bagliore in un dibattito pubblico ormai grigio e prevedibile. In queste strutture si tocca con mano il mistero della sofferenza. Anche per chi, come noi, vi entra per lavoro. Per seguire una conferenza stampa e fare alcune interviste. Eppure è impossibile non fare i conti con la realtà, una realtà che ti aggredisce subito, già nel parcheggio. Due persone appena uscite dalle porte scorrevoli si abbracciano, lasciano uscire quelle lacrime che forse hanno voluto trattenere pochi metri più in alto, nella stanza della persona a loro cara.

Nei corridoi qualcuno aspetta il suo turno per una visita, qualcun altro si confronta con il medico curante, qualcun altro ancora muove i primi passi incerti dopo la malattia. Finite le interviste noi usciamo, corriamo verso un altro servizio, ma la lotta per la vita lì continua. E alla fine è proprio questa sofferenza quotidiana che rimane esclusa da un dibattito pubblico nel quale sembra fondamentale fingere l’assenza del dolore, della morte, della malattia, della vecchiaia. Ma così perdiamo l’umano.

Anestetizziamo la nostra naturale tensione verso la relazione, verso la cura, verso il farci prossimi del più debole. Fingiamo di bastare a noi stessi, ci illudiamo di fermare il tempo che passa, speriamo disperatamente di dimenticare il dolore. La paura? È tantissima. Salire quei gradini, attraversare quei corridoi, ogni gesto lì richiede un surplus di energia. Ma non è arrivato il momento di dirci la verità? Di raccontarla anche ai giovani? Il dolore esiste, il dolore ci toccherà tutti prima o poi, anche se non sappiamo con quale forma. E sarà molto peggio del dolore che proviamo per un ghiacciaio che, a mille chilometri da noi, si scioglie per sempre. Allora oggi stiamo creando legami veri di solidarietà per sostenere l’altro davanti alla sofferenza? Allora domani saremo capaci di dire no a un mondo che guarda solo al profitto? Avremo il coraggio di difendere la vita umana, sempre, anche e soprattutto se segnata dalla malattia? Non potremo salvare il mondo se non difenderemo l’uomo, per il quale il mondo è stato creato.