La messa: la continuazione del Calvario. #monasteroWiFiRoma

Questa sera, prima della pausa estiva (che sarà solo ad agosto) ci vediamo alla messa che celebrerà padre Mario Piatti alle 21 al Battistero di San Giovanni in Laterano, per “mettere in pratica” tutte le catechesi ascoltate in questo anno (ne avremo ancora a settembre e ottobre, poi si passerà al digiuno col Capitolo generale a San Pietro il 9 novembre). Siete tutti invitati. A seguire, spuntino di saluto, potete portare qualcosa o anche solo mangiare.
A seguire l’intera trascrizione della catechesi tenuta il primo lunedì di giugno da padre Nicola Commisso sulla messa, ispirata alle catechesi di Fulton Sheen.
Ringrazio la stupenda Silvia e la squadra di trascrittori che si è avvicendata in questi anni: Alessio, Ambra, Anastasia, Benedetto e Francesca,ClaudEmanuela, Federica, Flaminia, Francesca, Giovanna, Grazia, Laura, Luisa, Maurizio, Raffaella, Sabrina e Silvia.

 

MONASTERO WI-FI

3 Giugno 2024, Battistero di S.Giovanni in Laterano

Catechesi di p.Nicola Commisso C.O.

La S.Messa come “un dramma in tre atti “del venerabile Fulton Sheen

 

Iniziamo con un’Ave Maria, affidiamo alla Madonna questo incontro:

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.”

San Filippo Neri, prega per noi.

Allora inizio facendo una confessione, nel senso che quando Federica mi ha chiamato per chiedermi se volevo fare questo incontro… era poco fa insomma… lì per lì ho detto, secondo come dice San Francesco di Sales “non rifiutare nulla, non chiedere nulla”. Non avevo un motivo per rifiutare, non l’ho chiesto, però ho detto: “perché no!”, non ho un motivo per dire di no! Però dentro di me ho detto: “sì ma mo’ che me invento?!…che cosa je dico a questi!?…da dove parto?”. Poi lo Spirito Santo mi ha ricordato quella preghiera che io credo fosse di Newman, non saprei più ritrovarla, ma che sostanzialmente diceva: “Dio mi salvi da quell’originalità a tutti i costi “cioè dal voler essere a tutti i costi originale.

Per noi preti questo è fondamentale perché, insomma, un prete corre poi il rischio di diventare la prima donna che deve dire quella cosa che nessuno ha mai detto prima di lui. Ecco invece sulla scia di Newman ho detto ma perché devo inventarmi qualcosa? …copio!

Cioè nella Chiesa Cattolica si può copiare. Io copio a mani basse, ve lo dico spudoratamente. Tutto quello che dirò… penso che nulla è veramente mio…è copiato da un venerabile Vescovo Americano che si chiama Fulton Sheen, che è venerabile e speriamo che sarà canonizzato presto come Beato, e che incontrai tempo fa in merito alla Santa Messa.

Ora, innanzitutto la Santa Messa di sé non è propriamente un “tema”, cioè un argomento.

Diceva San Pio da Pietrelcina che “Il mondo può stare anche senza il sole, ma non senza la Santa Messa”.

E quando i suoi figli spirituali gli chiesero: “Padre, che benefici riceviamo ascoltando la Messa?”, lui rispose: “Non si possono enumerare. Li vedrete in Paradiso”.

Ecco allora ho pensato di proporvi questa riflessione di Fulton Sheen perché ci dà la possibilità, almeno a me la dà e spero che la dia anche a voi, di entrare un po’ di più in questo dono immenso che ci ha fatto il Signore attraverso questo sacramento, il sacramento dell’Eucarestia nella Santa Messa.

Lui in una di quelle sue conferenze (fu uno dei primi Vescovi che fece queste conferenze pubbliche in televisione) spiegava che molti, specie i giovani (ma penso un po’ tutti quelli che non sono molto avvezzi con la vita dello Spirito) non vogliono andare a Messa perché – dicono – la Messa è noiosa…cioè dicono…che ci vado a fare a Messa!? Non mi dà nulla!

E forse questo vale anche per molti cristiani di oggi. Nel senso che c’è qualcuno che non va, che va saltuariamente o c’è qualcuno che va però c’è sempre un po’, come dire, un po’ di forzatura, un po’ di controvoglia. Vado a Messa sì ma come vado dal dottore, come vado a pagare la bolletta alla posta, come vado a pranzo da suoceri. Cioè quelle cose della vita che dici …mmm… non è proprio il massimo della vita però vanno fatte, fanno parte dell’esistenza me le faccio andare giù.

Ecco, Fulton Sheen spiegava che questo può accadere… perché?

Perché nella Messa io non metto nulla di mio. Spieghiamoci meglio.

Mettiamo che uno è appassionato del football americano e ti chiede di vedere con lui il Superbowl, che è la finale del campionato (quindi una cosa che, per chi è appassionato di football, è una cosa stupenda). Lui è tutto lì eccitato davanti alla tv, sono le due di notte, le tre di notte (perché lì le fanno a quell’ora) e lui è tutto eccitato e ti dice: “Guarda! Non è meraviglioso?!”.

E tu stai lì, molto meno eccitato, cercando di non addormentarti, cercando di fargli compagnia ma dentro di te desiderando solo profondamente di andare a dormire. Perché capita questo? Perché tu non sai nulla di football, tu non stai capendo nulla di quello che vedi alla televisione. Vedi gente che si ammassa e sguscia, che corre…insomma, se non ci metti niente di tuo quella roba non ti dà niente.

O ancora… perché tanta gente non va all’opera? Pensa che l’opera sia una cosa… oddio…cioè…insopportabile! …con questa gente che canta e non si capisce niente!…due ore interminabili…perché?

Perché se non sai nulla di musica è ovvio che a te quella roba sembra noiosa. Non ci metti nulla di tuo e non ti dà niente. E questo vale per ogni realtà che resta fuori di te…cioè magari è accanto a te ma non ci metti niente di tuo.

Ora, supponiamo che, all’improvviso, veniate catapultati ad Atene, sulla collina dell’Areopago: capireste dove vi trovate? Beh dipende….qualcuno direbbe: “Cavolo…cioè qui stiamo dove Socrate ha fatto quel suo  meraviglioso discorso prima di morì…qui stiamo dove San Paolo ha fatto quel meraviglioso discorso sulla Resurrezione di Cristo”. Altri diranno: “Ma che semo venuti a fa’! Ce stanno quattro colonne… A Roma se le tirano dietro e semo dovuti arrivà fino ad Atene”. Perché? Perché se non sai nulla della Grecia, della storia per te quel luogo non vale nulla! …se non ci metti niente di tuo quella roba non ti dà niente.

Insomma, se non ho mai fatto un sacrificio o comunque non mi sono mai sforzato, non ho mai cercato, non ho mai chiesto di capire qual è il significato della Messa, per me la Messa non sarà veramente qualcosa di mio, non sarà qualcosa che potrà mai appassionarmi nella Vita: sarà tutt’al più un biglietto da pagare, una tassa da pagare al buon Dio, a volte migliore, a volte peggiore che però non avrà mai veramente da cambiarmi la vita.

Ora, piccola parentesi, perché uno poi, quando abituato nei pochi anni di sacerdozio (sono cinque anni che sono prete), quando uno parla c’è subito la “puntualizzazione”, poi soprattutto sui social quando commentiamo tutto…c’è la puntualizzazione su tutto quello che uno dice )

Allora non sto dicendo che la Messa va compresa totalmente, lo so benissimo che la Messa è un mistero, un mistero che supera me, che supera voi, che non può entrare nella mia testa e nella vostra.

È un mistero bellissimo che si dipana tra gesti, suoni, odori, parole – tutta la meraviglia della liturgia – che può ferirti il cuore anche se non sei mai entrato in chiesa. Però anche fosse, quella ferita non basta.

Non basta se voglio veramente arrivare a quel mistero che stiamo celebrando e per gustare quella bellezza che mi ha ferito il cuore, ci vuole un minimo di conoscenza, un minimo di pedagogia.

E allora, in poche parole, Fulton Sheen cercava di “spiegare “cos’è la Messa.
È spingersi fino al Calvario e afferrare con le vostre mani la croce di Cristo, con Cristo inchiodato sopra, e piantarla qui, oggi. Cioè ogni volta che si celebra una messa, noi prendiamo la croce e la piantiamo a Parigi, la piantiamo a Tokyo, la piantiamo a New York, la piantiamo a Roma. Ed è proprio questo che è la messa: la continuazione del Calvario.

Cioè dici che questo mistero che è accaduto più di 2000 anni fa in Palestina starebbe accadendo adesso se noi ci mettessimo a celebrare una messa con Cristo inchiodato.

Ma per potervi prendere parte, dovete portare le vostre piccole croci. Il Signore ha detto: “Prendete ogni giorno la vostra croce e seguitemi”. Ognuno ha la sua croce. Ecco, noi nella Messa prendiamo tutte queste nostre piccole croci e le piantiamo accanto alla grande croce di Cristo; le mettiamo tutte insieme sotto di lui, in quella celebrazione che sta avvenendo in questo momento perché stiamo piantando la croce di Cristo qui a Roma: questa è la Messa.

E parlando della seconda parte della Messa, sapete che la Liturgia si divide in Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica, parlando della Liturgia Eucaristica, Fulton Sheen spiegava la Messa quale un dramma in tre atti: una grande rappresentazione teatrale.

Supponiamo che quattro o cinque secoli prima di Cristo fosse messa in scena una tragedia. […] Ebbene, immaginiamo che quella tragedia fosse messa in scena una sola volta: voi, presenti in quel teatro, commossi dopo avervi assistito, non avreste detto: “Che peccato! Tutti, nel mondo, dovrebbero vederlo! Come si potrebbe replicare?”.

Beh, anzitutto fondando delle compagnie teatrali: nuovi attori, stessi testi, stesso spettacolo, ma mettendolo in scena il dramma su diversi palcoscenici del mondo.

Applicate ora tutto questo alla morte del Signore: un dramma che è stato messo in scena una sola volta. E tuttavia, durante l’Ultima cena, il Signore ha detto: “Farò in modo che questo dramma possa essere rappresentato in tutto il mondo, perché possa purificare i cuori e purgare le anime”. Così, ha fondato delle compagnie teatrali, cioè ha detto ai suoi apostoli, ai suoi sacerdoti: “Fate questo! Ripetetelo!”.  Stesso copione, stesso intento: solo i palcoscenici sono diversi».

E questo dramma consiste in tre atti.

Nel primo atto voi offrite voi stessi a Cristo. Atto primo.

Nel secondo atto, voi morite. Morite con Cristo.

Terzo atto. Essendo morti con lui, ricevete una nuova vita.

Quindi, nel primo atto offrite voi stessi al momento dell’offertorio.

Nel secondo, la consacrazione, morite con Cristo

Nel terzo, con la santa comunione, risorgete a vita nuova.

Questo è il cuore della Messa, questo è il dono immenso che il Signore Gesù ci ha lasciato per godere della sua salvezza e vedete, se io non capisco questo – se io proprio non lo so – non godrò di questa salvezza, per lo meno non farò mai veramente esperienza del regno dei cieli già presente in questa vita.

Perché grazie a Dio i frutti della Messa non sono direttamente proporzionali al nostro impegno se no saremmo rovinati! Soprattutto per l’impegno del prete. Cioè anche se io faccio schifo, dato che Dio è buono, se io celebro la messa veramente vi do il corpo di Cristo. Se invece il corpo di Cristo dipendesse dalla mia santità allora staremmo veramente male. Grazie a Dio mi vuole bene e me lo da lo stesso anche se durante la consacrazione io sto pensando ai problemi calcistici della squadra del cuore!

Però se io non lo so non potrò mai veramente sperimentarlo.

Nessuno me lo ha mai detto, ma i frutti della messa li sperimenta pure chi non va mai a messa, ma che per quanto potevano hanno accolto il Signore.

Però noi che siam qui e voi che vi siete beccati questa catechesi non potete dire di non saperlo, non potete fare gli gnorri e dire: “no, io non lo sapevo “oramai lo sapete, magari facevate meglio a non venire, ma oramai siete venuti.

Cioè se da domani quando andate a messa non gustate questa roba qui è anche un po’ colpa vostra, dai su!  Io da quando me lo hanno detto, quando l’ho saputo, l’ho visto, ho detto: “ma perché non me l’hanno spiegato prima?! “Cioè anche un bambino lo capisce, adesso che ve lo spiego, lo capite, non ci vuole una laurea in teologia per capire questa roba.

 

Allora vediamo un po’: PRIMO ATTO.

Nel primo atto dice Fulton Sheen noi offriamo noi stessi. Cosa vuol dire? Come si offre noi stessi? Quale è il momento? È il momento dell’offertorio. Se vi è mai capitato di andare a messa – penso di sì – sapete cosa è l’offertorio. Ecco l’offertorio solitamente è una specie di intervallo, come al cinema, la gente lo vive come una sorta di intervallo.

Dopo le letture più o meno lunghe e più o meno lette bene e dopo soprattutto l’omelia breve, la gente è stremata, è distrutta già e si accascia sul banco.

Dice: qualche attimo di riposo, siamo stati in una barca a volte meravigliosa a volte un po’ minacciante, un po’ stressante e così ti lasci andare su questo banco mentre solitamente una musica suona e ti culla dolcemente. Qualcuno si addormenta anche e il vicino cerca di svegliarlo e il prete fa delle robe sull’altare.

La gente dice: “non so che sta a fare… prima o poi finirà”, nel mentre si riposa e tutto questo sarebbe anche buono se non ci fosse quella fastidiosa seccatura di gente che passa a chiedere soldi. Allora vi risvegliate e andate a cercare quella monetina di bronzo da un centesimo – ritirata ormai pure dal commercio –  che però ti dà il diritto di dire ho contribuito anche io, ho fatto la mia parte, quindi vai a casa sereno. Dai su, ti sei svuotato le tasche brutalmente, vai a casa sereno… dai, ma veramente?

Questo per noi è l’offertorio?

Invece di quelli che passano col cestino non potrebbe passare quello del cinema con le bomboniere?

Ravviviamo questa messa! Io sto facendo una caricatura, ma è così!

Se nessuno, capite, se nessuno mi ha mai detto che cosa devo fare in quel momento ma è normale una specie di pausa!

Allora dice Fulton Sheen : “Quando conduci una messa Gesù guarda dal cielo e dice: “Non posso morire un’altra volta in questa natura che ho ricevuto da Maria: questa natura è ormai glorificata però tu Pietro; tu Paolo; tu Maria; tu Costanza… Volete darmi la vostra natura umana? Offritemi voi stessi e io morirò in voi; passate anche voi attraverso le stesse tappe per cui sono passato io”.

Cos’è l’offertorio? È il grande invito –  gran risposta, perché dalla liturgia della parola inizia la nostra risposta –  a CRISTIFICARSI, cioè a diventare un altro Cristo, (non vale solo per san Francesco – spoiler). Anche tu sei chiamato a diventare un altro Cristo e anche tu però sei libero di dire di no. Infatti molte anime dicono di no e come entrano alla messa così riescono: uguale, tale e quale!

E guardate che questa cosa dell’offertorio è fondamentale, perché? Perché senza offerta non c’è santa messa. Cioè sembra “assurdo”, data la onnipotenza di Dio, ma è così: Dio ha vincolato questa ripresentazione del sacrificio della croce alla materia.  Se voi non mi date pane e vino, la messa io non la posso fare. Dice ammazza che prete da quattro soldi però… se non c’è pane e vino non c’è la messa: no non c’è la messa! È così bisogna avere pane e vino: senza offerta non c’è consacrazione e non c’è messa. Ma che significa questo? Che se tu non offri senza la tua personale offerta non c’è per te santa messa, tu non stai celebrando messa, stai assistendo, come quando vai all’opera, come quando vai al cinema, ma la tua vita non c’entra niente con quello che stai facendo lì.

E allora perché tante volte la mia offerta manca?

Sicuramente per ignoranza, perché nessuno me lo ha mai detto, ma anche soprattutto per paura –  diciamocelo – perché alla fine abbiamo paura di immischiarci con Dio.

Dio, sì, però, Signore, io qua tu là … un po’ come quando vai allo zoo. Siete mai andati allo zoo?  Posto meraviglioso anche se sempre più pericoloso nel senso antimoderno. Tu vai a vedere il leone, che animale stupendo! Tu vai lì lo vedi con la sua criniera che volteggia, ruggisce, bello, bellissimo, sì! Però perché sta dietro un vetro, dietro la gabbia… Se ti dicono:

“Ti piace il leone? “

“Guarda lo amo “

“Ma vuoi venire dentro la gabbia te lo faccio vedere da vicino? “

“No grazie, anche no! Sto bene qui, tanto carino, ma io di qua lui di là.”

Ecco se questo vale per il leone… ma con Dio, che è il vero Leone di Giuda, l’unico vero indomabile, è così: a volte lo stesso Dio ti stravolge la vita molto più del leone, tu lo sai, Dio sbrana quella vita piccola, falsa, ridicola che costruiamo, la sbrana perché Lui ci vuole bene, non la lascia così com’è.

Dio te li butta giù i castellini fatti con le carte, come quando eri bambino e davi fastidio agli altri bambini. Te li butta giù i castelli di sabbia il buon Dio.

Dio ti sbrana, perché è un vero leone, indomabile. E allora uno, che sa questa cosa, a volte dice: “va bene tutto – messa, confessione, preghiera – però restiamo ad una certa distanza, Signore”; cioè, questa cosa qui, questa me la tengo, Signore: questa passioncella, questa relazione, questo desiderio, questa paura… dietro il vetro: io qua, tu là (così io non vedo, Signore).

Come non citare qui quelle parole veramente ruggenti, con le quali San Giovanni Paolo II, il 22 Aprile del ’78, apriva il suo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! […] Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa! “Non abbiate paura fratelli e sorelle. Dio non vuole togliervi nulla della vita che non sia stupido, che non vi faccia male, che non vi stia intristendo. Non abbiate paura, dategliela questa vita! E allora veramente tu puoi dire di sì, presentare la tua vita a Cristo e dirgli: “voglio essere una sola cosa con te nella tua grande opera di salvezza”.

E allora tu che fai, in quel momento? Tu prendi la tua vita – la tua vita umana che, diciamocelo francamente, umanamente (solo umanamente) che conta? Vale come “il due di coppe quando regna bastoni”, come si dice a Roma – e la offri a Cristo.

Perché invece questa vita, questo miscuglio di polvere umana con la data di scadenza, che sta già scadendo, se io la do a Dio, conta eccome!

Io posso dare la mia vita reale, solo quella mia, come quando mi confesso, che la gente confessa i peccati degli altri. Io posso dare solo la mia vita reale a Dio, non quella ideale, non quella di mio figlio: la vita di quella domenica lì, la vita di quella settimana lì, di quel giorno lì, così com’è: vita stanca, affaticata, felice, con dei desideri, delle paure, delle speranze, delle rabbie, delle angosce, dei dolori, ecc.

Nel Vangelo di Luca, al capitolo 11, si legge che un fariseo invita a pranzo Gesù (Gesù è sempre invitato a pranzo). E questo fariseo si stupisce di come Gesù non faccia le sue abluzioni – cioè tutte quelle purificazioni con l’acqua che erano di norma per gli ebrei (e sono di norma ancora oggi). E Gesù coglie l’occasione per spiegare qual è la vera purificazione: “voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno, non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro “(Lc 11,39-41).

“Date in elemosina quello che c’è dentro “significa offrirsi a Gesù nella nostra verità di creature ferite, dando un nome ai nostri desideri e alle proprie voglie e non voglie (qualunque essi siano); invece di reprimerle autogiudicandoci oppure di assecondarle idolatrandoci (sono le uniche due cose proposte dal mondo: o un moralismo o un perbenismo esasperato).

Sei sposato e sei tentato? Sii te stesso!  NO
Non puoi dire di no a questa tentazione:  vai a letto con chi ti pare! NO
C’hai questa cosa che vuoi dire di cattivo? E devi dirla, se no sei falso! NO
Insulta le persone, sii vero! NO!

Noi queste cose possiamo dirle a Gesù e darle a Gesù, affinché il Signore Crocifisso le trasfiguri mediante la sua redenzione. E offrire in quel momento che è la preghiera (perché tutta la messa è una preghiera), dire in quel momento: cosa devo fare? Devo pregare!

E che vuol dire pregare? Offrire a Gesù quello che c’ho dentro.

Gesù non ho voglia di…

Gesù ho voglia di…

Gesù sono geloso di…

Gesù ho dolore a…

Gesù sono invidioso di…

Gesù non sopporto…

Gesù sono deluso da…

Gesù vorrei tanto fare…

Vi sembrano cose ridicole?

Ma di questo è fatto il 90% della nostra vita. Poi ci sono i voli pindarici della santità, delle missioni, delle cose. Sì vabbè, ma tu arrivi a messa che questi sono il 90% dei tuoi pensieri. Però tu, che non lo sai (perché hai paura), non li dai a Gesù. Confessare a Gesù le proprie voglie o non voglie…

Confessare a Gesù le proprie voglie o non voglie, le proprie passioni o pulsioni – e così offrirsi nella verità è l’unica via possibile per la nostra cristificazione: come nella santa messa, lo Spirito Santo scende e consacra solo ciò che offriamo (se offro dieci ostie, dieci particole, lo Spirito Santo consacra 10 ostie. È matematico); ciò che teniamo per noi per paura, orgoglio o superficialità, resta nostro e quindi non consacrato, quindi non redento.

 

Ecco l’importanza dell’offertorio.

Dunque, noi ci offriamo. E come ci offriamo?

La Santa Messa lo fa attraverso il pane e il vino. Attraverso la presenza, innanzitutto, ma anche attraverso dei simboli, il pane e il vino.

Quando il pane e il vino sono portati all’altare, voi, se volete, venite portati all’altare: siete sulla patena e siete nel calice, sotto la forma del pane e del vino.

Tra l’altro anche quella famosa raccolta in denaro in questo senso diventa simbolo, la raccolta delle offerte così diventa simbolo: sarebbe un po’ scomodo che ognuno arrivasse a messa con la propria pagnotta e il proprio quartino de vino…la propria pagnotta, la propria rosetta. “Mi consacri questo?”…ma “non si po’fa”, non sarebbe molto pratico e allora quella offerta in denaro nasce dal dire “io non porto niente, ma do un’offerta in denaro”, che vale quel pane e quel vino che vengono offerti qui sull’altare. Quello è il senso capite? Non è la spilorceria che devo offrire.

Offro quel denaro che è servito per comprare quelle ostie e quel vino che poi mangerò. Quello è il senso, capite?! È un contributo simbolico che nasce dal portare qualcosa di molto più profondo, che è la mia vita.

Dunque, ora voi siete sull’altare.

Questa è la fine del primo atto.

Quindi nell’offertorio cosa si fa?

Si prega e si offre quello che in quel momento ho nel cuore, nella verità. Questa cosa fa paura perché, tante volte, nemmeno a noi stessi vogliamo confessare certi pensieri. E invece che liberazione offrirli a Gesù! e sapere che Gesù li sa già!

Don Fabio Rosini fa sempre un esempio bellissimo chiedendo di immaginare di mettere una macchina sulla testa di ognuno di voi per proiettare tutti i pensieri avuti nell’ultima settimana. Si possono vedere? No, non si possono vedere. Non perché siete strani, ma perché non si possono vedere quelli di nessuno. Dio li vede sempre e ti vuole bene, ma allora non te li tenere, ma offrili.

La S.Messa significa fare esperienza

1) dell’amore di Dio e

2) della redenzione di Dio su quella roba lì che hai offerto.

 

Veniamo adesso al SECONDO ATTO.

Morite. Bellissimo. Accettate di morire. Siete crocifissi.

Non possiamo vivere per Cristo se non moriamo alla nostra natura umana, terrena. Siamo alla consacrazione: il momento in cui il Signore sta rappresentando la sua morte.

Fate attenzione ai gesti e alle parole. Come rappresentiamo questa morte? Noi rappresentiamo nuovamente questa morte consacrando separatamente il pane e il vino. Separatamente.

Il prete, sull’altare, non dice: “Questi sono il mio corpo e il mio sangue?”. Potrebbe dirlo, famo prima. Se sbrighiamo. Forse sarebbe più normale, ma invece no. Perché non lo dice?

Non lo dice perché prima dice, sul pane: “Questo è il mio corpo”; poi, sul vino, dice: “Questo è il mio sangue”.

Perché li separa?

Questa consacrazione separata del pane e del vino è come uno strappo. Sta separando, ancora una volta simbolicamente, il sangue dal corpo del Signore, perché è così che è morto sulla croce. La consacrazione, quindi, è il momento in cui torniamo a rappresentare, in modo incruento, come dice la liturgia, sacramentalmente la morte di Cristo.

Però, se avete fatto bene l’offertorio, ora voi siete con Lui!

E anche voi siete chiamati a morire con Lui. E allora anche voi dovete morire con Lui. A cosa? A tutti quei pensiere, ma, sostanzialmente, al peccato.

Che cos’è il peccato? È la nostra bruttezza.

Quando voi fate una cosa bella, un pranzo, una gita, un viaggio e l’avete organizzato, voi, i 4 amici di una vita, la famiglia della vita e uno dei 4 non può. Poco prima si romper una gamba e non può venire. Vi viene da dire spontaneamente “Che peccato!”, “Ma che peccato che non ci sia anche lui!”, “Peccato che questa bellezza, in cui avevamo creduto, non c’è. “

Quello è il peccato. Il peccato è che tu, che sei una cosa bella, non diventi bello. Che peccato che Dio ti ha chiamato a una vita bella e tu ti incarti, te intrippi e ti chiudi nei soliti peccati, nelle solite cose, i soliti vizi. La superbia, la lussuria, l’ira, l’invidia, la gola, l’accidia, l’avarizia sono le nostre bruttezze. Sono i peccati, ossia sono i tentativi malati di accogliere una vita, dove la via non c’è e che ci rende brutti, ci rende tristi.

Questo è lo scopo della vita! Cioè questo è lo scopo della vita cristiana: redimere noi stessi in unione con Cristo; applicare i Suoi meriti alle nostre anime essendo come Lui in tutte le cose, anche nella Sua morte di Croce.

Egli è passato nella Sua consacrazione sulla Croce affinché noi, oggi, in ogni messa, possiamo passare attraverso le nostre consacrazioni.

Diceva Fulton Sheen: “Non c’è niente di più tragico al mondo che il dolore sprecato. Pensate a quanta sofferenza c’è negli ospedali, tra i poveri, tra le persone in lutto. Pensate a quanta di quella sofferenza va sprecata! Quante di quelle anime crocifisse – persone sole, sofferenti, abbandonate stanno dicendo, insieme a nostro Signore, al momento della consacrazione, “Questo è il mio corpo. Prendilo

Sofferenza sprecata! Quanta della nostra sofferenza va “sprecata”?
O meglio… può andare sprecata, perché Dio recupera tutto!

Sapete cosa potremmo dire in quel momento?

È ancora Fulton Sheen in una bellissima preghiera: “Dono me stesso a Dio. Ecco il mio corpo. Prendilo. Ecco il mio sangue. Prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia forza, i miei beni, la mia ricchezza – tutto quello che ho. È tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo! Offrilo insieme a te al Padre Celeste affinché Egli, guardando verso questo grande sacrificio, possa vedere solamente Te, il Suo Figlio Amato, nel quale Egli si è compiaciuto. Trasforma il povero pane della mia vita nella Tua vita divina; fa fermentare il vino della mia inutile vita nel Tuo divino Spirito; unisci il mio cuore spezzato al Tuo cuore; cambia la mia croce in un crocifisso. Non permettere che le mie solitudini, i miei dolori e i miei lutti vadano sprecati. Raccogli i frammenti, e come la goccia d’acqua è assorbita nel vino durante l’Offertorio della Messa, fa che la mia vita sia assorbita nella Tua; fa che la mia piccola croce sia intrecciata alla Tua grande Croce, affinché io possa ottenere le gioie della felicità eterna in unione con Te.

Consacra le difficoltà della mia vita, le quali non sarebbero ripagate se non fossero unite a Te; transustanziami”, che vuol dire: voi sapete che noi cattolici crediamo nella transustanziazione, cioè: quello non è più pane, sebbene mantenga quell’apparenza sensibile, mantenga il fatto che se lo magni sembra pane, non è più pane, è completamente un’altra sostanza. Ecco, lui dice: “fai così anche di me!”

Io sembro me, ma non son più io!

Transustanziami, affinché, come il pane è divenuto il Tuo Corpo e come il vino è divenuto il tuo Sangue, anche io possa essere completamente Tuo.

Non mi importa se le specie rimangono, oppure, se, come il pane e il vino, appaio agli occhi terreni lo stesso di prima. La mia posizione sociale, i miei compiti ordinari, il mio lavoro, la mia famiglia – tutte queste cose sono le specie della mia vita che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, la mia mente, la mia volontà, il mio cuore – transustanziali, trasformali totalmente al Tuo servizio, affinché attraverso di me tutti possano conoscere la dolcezza dell’amore di Cristo

Questa è la consacrazione, questa è la potenza della Santa Messa.

Quindi, se voi accettate quest’invito a morire con Gesù, voi morite con Gesù!

Siete morti con Cristo, atto secondo.

Eppure, nessuno muore con Cristo senza ricevere una vita nuova.

 

E veniamo alla comunione, ATTO TERZO

Una delle ultime parole di Gesù in croce è stata: Ho sete!”.

Non era sete di acqua, né tantomeno di una bevanda rinfrescante, era un altro tipo di sete quella che lo torturava. Egli era assetato dei cuori degli uomini.

Pensate che Madre Teresa di Calcutta volle scrivere “Ho sete “in ogni casa che apriva in ogni parte del mondo e diceva: “E’ una frase molto più profonda che se avesse detto “vi amo”

Finché non saprete che Gesù ha sete di voi, vi sarà impossibile sapere quello che lui vuole essere per voi; né quello che vuole che voi siate per lui”.

Furono dunque molto più che semplici parole, fu un grido di comunione. Lo stesso grido che pervade tutta la Scrittura, già dal giardino dell’Eden quando l’uomo, dopo averla fatta grossa, si nascose da Dio. E Dio lo cercò, chiedendogli: “Dove sei?”, “Dove sei”

Domanda che fa ad ognuno di noi: “Dove ti nascondi? Piantala, piantala!”

Piantala, nei ruoli, nelle cose, nelle maschere. “Dove sei? “Capite? Non è …la polizia, che te viene a cercà a casa, è un Padre, ti sta cercando, Dio ti cerca come un assetato cerca la sua acqua.

Dice ancora Fulton Sheen: “Egli è assetato dell’uomo nella Redenzione, e non c’è amore più grande del Suo, perché ha donato la sua vita per i suoi amici. Fu l’ultimo appello alla Comunione prima che calasse il sipario sul Grande Dramma della Sua vita terrena. Tutti gli innumerevoli amori dei genitori per i figli, degli sposi per le spose, anche se fossero riuniti in un unico grande amore, sarebbero solo la più piccola parte dell’amore di Dio per l’uomo, espresso in quel grido: “Ho sete!”.

Tutti gli innumerevoli amori dei genitori per i figli, degli sposi per le spose, anche se fossero riuniti in un unico grande amore sarebbero solo la più piccola parte di quell’amore di Dio per l’uomo, espresso in quel grido: “Ho sete! “

La Comunione che cosa è allora? E’ rispondere con tutti noi stessi a questo desiderio di Gesù.

Un desiderio ardente, come diceva ai suoi nell’ultima cena: “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”.

Cioè noi siamo desiderati ardentemente da Dio, capite?

Dio, a volte, lo immaginiamo un po’ pacioccone, fermo, Dio è un innamorato ardente.

Ci interessa? Ci interessa che in tutta la giornata Dio ha desiderato te?

Ci interessa? O eri tutto preoccupato dal messaggino, di quella cosa che dovevi sentire, di quella cosa che doveva andare bene, della promozione, dei soldi. Ci interessa?

Nella Comunione io mi scopro amato da un amante che mi ama con ardente desiderio.

Quando chiesero a Padre Pio “padre, che cosa è la Santa Comunione?”, lui rispose: “è tutta la misericordia interna ed esterna, tutto un amplesso; pregate pure che Gesù si faccia sentire sensibilmente”.

“Tutto un amplesso “dice Padre Pio. Cioè la Comunione è un amplesso. Capite di cosa stiamo parlando? Abbiamo detto che dopo essere morti con Cristo nella Consacrazione, noi riceviamo una nuova vita nella Comunione, la vita divina. Ed è vero!

Noi viviamo della stessa vita di Dio. E questo è già il cuore della vita cristiana. La vita cristiana non è uno sforzo di vivere bene, perché se ti sforzi di vivere bene, dopo un po’, più che il bene ti viene l’ernia. Questo provoca lo sforzo, l’ernia.

La vita cristiana è essere innestati dentro una nuova sorgente di bene.

Non so dirlo meglio di come lo diceva Benedetto XVI: “La vera novità del comandamento nuovo non può consistere nell’elevatezza della prestazione morale, ma nel nuovo fondamento dell’essere che ci viene donato. La novità può derivare solo dal dono della Comunione con Cristo, del vivere in Lui. L’agire di Gesù diventa nostro perché e Lui stesso che agisce in noi.”

Di fronte alle circostanze che mi fanno perdere la speranza, io non mi sforzo di sperare, non mi metto davanti allo specchio e dico “dai, dai, ce la facciamo!”; non faccio il mantra, non funziona, non funziona questa roba qui. Cosa faccio? Porto nella Santa Messa la mia disperazione, porto nella Santa Messa il mio desiderio di sperare, di affidarmi a Dio, di credere in Lui, di credere che Lui è Padre, che Gesù entri in me, che speri sempre più in me, e Lui lo farà, Lui lo farà.

Però, c’è un aspetto della Comunione, siamo in chiusura, al quale pensiamo raramente.

La Comunione implica non solo ricevere la vita divina, ma implica anche dare a Dio la vita umana. Ogni amore è reciproco, il vero amore non può essere unilaterale, per sua natura richiede reciprocità.

E allora Fulton ci dice, senza mezzi termini, che “se tutto quello che abbiamo fatto nella nostra vita è stato andare alla Comunione a ricevere la vita divina, per prenderla e non lasciare nulla indietro, siamo solo dei parassiti sul corpo mistico di Cristo”, sanguisughe, parassiti, gente che riceve, e riceve, e riceve e non dà nulla indietro, la logica dell’aspirapolvere: io mi sveglio la mattina, sono vuoto, penso alla mia natura, cosa faccio? Vado in giro cercando di capire chi può riempirmi; allora vado dalle persone, mi prendo un po’ di vita da te, un po’ di vita da te, poi finite tutti perché siete limitati e quindi, poi, io vi insulto dicendo: è colpa tua, tu dovevi darmi la vita!

No, poveraccio, è un essere umano come te, non può darti la vita.

Ecco la Comunione non è solo ricevere, sebbene questa sorgente, grazie a Dio, non finisce, è quella di Dio, per questo io posso attingere: è una reciprocità e Fulton Sheen usa una immagine stupenda, dice: “abbiamo mai pensato a Cristo mentre riceve la Comunione da noi? “Cioè, io do la Comunione a Gesù? Gesù riceve la Comunione da me!

Noi andiamo all’altare, diciamo di ricevere la Comunione; il problema è che molti di noi si fermano lì: ricevono la Comunione, ma non fanno la Comunione. C’è una bella differenza.

La Comunione implica non solo il ricevere, ma anche il donare.

Cosa mai potremmo donare noi a Dio?

Il Suo desiderio di noi, il desiderio di Gesù; e se non abbiamo il desiderio di Gesù, il desiderio di avere desiderio di Gesù. E quindi di vivere, come cantiamo alla fine della preghiera consacratoria, per Cristo, con Cristo e in Cristo. Cioè, va bene vivere per Lui, ma ancora meglio insieme a Lui; ma volete mettere vivere in Lui? Dentro di Lui? Essendo una cosa sola con Lui? Con una carne sola?

Godendo, come diceva San Pio, dell’unico e vero amplesso a cui tutti gli amplessi segretamente tendono. Questo è.

San Filippo neri, in uno dei suoi pochissimi scritti, diceva: “Amo e non posso non amarvi quando resto cotanto vinto dal desio, che ‘l mio nel vostro e ‘l vostro nel mio; anzi ch’io ‘n voi, voi ‘n me ci andiam cangiando”.

Teologicamente sarebbe condannato, ma l’immagine della poesia è vera, cioè io e Dio siamo come due amanti, che nel loro amore reciproco si cambiano; cioè crescono progressivamente, nel loro amore: capite, Dio, come ama me non ama voi; non so come ama voi, ma ama personalmente ciascuno di voi, se gli date la possibilità.

I regali che fa a me, non li fa a voi, perché magari un regalo che fa a me, a voi fa schifo; il modo con cui parla a me non parla a voi, io non so in che modo parla a voi, ma lasciatemi parlare, vi ha già ricambiati questa relazione personale con Dio.

Ogni amore brama all’unità, e anche il nostro modo di parlare, no, se ci pensate, a volte rivela quanto noi vorremmo essere dentro le persone che amiamo, vorremmo averle dentro di noi.

Cioè noi diciamo che una persona è “squisita”, te la vuoi magnà, squisita, la vorresti assaggiare, cioè questo termine, no, oppure dici “ti vorrei mangiare di baci”; c’è questo modo che richiama che, quando ad una persona gli vuoi veramente bene, a volte il corpo ti sembra che non basta, che “cozza”, che tu la vorresti dentro a te.

E allora pensate che, se alcune persone sono capaci di suscitare in noi questo moto di tenerezza, di affetto, di comunione, pensate come dev’essere vivere uniti al Cuore Divino.

Diceva Fulton Sheen : “Se il cuore umano può così tanto appassionare, esaltare, mandarci in estasi, allora cosa potrebbe fare il grande Cuore di Cristo; o se la scintilla è così luminosa, come dev’essere la fiamma”.

Perché l’Amore non dovrebbe essere amato, perché ogni volta che Egli dice “Ho sete “gli diamo aceto e fiele?

Questo è davvero il grande mistero di fronte al quale piangere lacrime di pentimento.

Tra poco saremo, per grazia, davanti a questo Amore, saremo davanti a Gesù vivo nell’Eucaristia, a questo Amore che arde per noi, che ci ha cercato per tutta la giornata, è tutta la vita che ci cerca, perché non lo amiamo?

Perché noi non Lo amiamo? Perché l’Amore non è amato?

Perché non l’amiamo Gesù? Cosa dovrebbe fare Gesù per lasciarsi amare da noi?

Che cosa ci ha fatto, perché non l’amiamo?  Perché non l’amiamo.

Non ho un’altra soluzione, non sforzandoci, non è uno sforzo, però piangere è la soluzione.

Che vuol dire piangere? Non vuol dire che ci mettiamo tutti a piangere.

C’è chi piange, e chi piange dentro, ma piangere lacrime di commozione, come faceva Padre Filippo; e concludo con le sue giaculatorie, che ci insegnano la vera pietà, affettiva, affettiva, non una fede da burocrati, una fede affettiva,  che piange, che parte dal cuore e lì torna per abitarvi eternamente, e che dica a Gesù, piangendo:

“Quando ti amerò con filiale amore Gesù mio?

Gesù mio, io ti vorrei amare, Gesù mio non ti fidare di me;  

Gesù mio io te l’ho detto, se Tu non mi aiuti non farò mai del bene.

Signore mio, io vorrei imparare la strada per andare in cielo.

Io non ti ho mai amato Gesù mio, eppure ti vorrei tanto amare,

Io Ti voglio amare Gesù mio, ma non trovo la via,

io Ti vorrei trovare Gesù mio, ma non trovo la via,

io non ti amerò mai Gesù mio, se Tu non mi aiuti.

Troncate tutti gli impedimenti, se mi volete Gesù mio

Io Ti cerco e non Ti trovo Gesù mio, vieni Tu da me.”

 

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