Omofobia, una nuova legge non serve, anzi è dannosa

di Costanza Miriano

Se c’è qualcuno che davvero aiuta le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, è la Chiesa. Avevo lanciato il guanto di sfida tempo fa, ma nessuno di coloro che – anche da dentro – invitano la Chiesa a “costruire ponti”, qualunque cosa singifichi, mi ha mai saputo indicare un solo episodio concreto di persona “discriminata” dalla Chiesa per le sue preferenze sessuali. Io ho sempre e solo visto accoglienza, ascolto, pazienza verso le persone, accompagnamento e aiuto. In molti casi la Chiesa è stata l’unica voce a non dire “fa’ quello che ti pare”, perché sa che fare quello che ci pare non sempre ci rende veramente felici, quando è la risposta a una ferita (e non è così solo per l’attrazione omoerotica, siamo tutti feriti, e la Chiesa, nei suoi pastori più sapienti, ha proprio la missione di guarire, attraverso Cristo, la ferita di ciascuno).

Siamo perciò in tantissimi a essere davvero grati alla Conferenza episcopale italiana, che ha ribadito con misura ma con decisione quello che è ovvio: cioè che ogni persona va rispettata con le parole e con le azioni, che la legge già punisce chi non lo fa, che non c’è nessunissimo vuoto normativo (comprese le aggravanti), ma che non possiamo accettare una legge che uccide la libertà di espressione e di educazione.

Il vero obiettivo del ddl Zan non è proteggere “ragazzi che vengono picchiati per strada solo perché si tengono per mano” ma, come dice lo stesso  Alessandro Zan all’Ansa poco dopo, gettando la maschera, “l’accettazione sociale delle persone lgbt+”. Le aggressioni di qualsiasi natura sono già punite, e anche con le aggravanti in casi simili (sempre più sporadici, come riconosce l’UE). L’importante è che questo sia chiaro: il ddl serve a CAMBIARE LA PERCEZIONE SOCIALE dei comportamenti omoerotici, è un’operazione squisitamente culturale. Legittimo provarci, ma bisogna essere onesti: le persone che picchiano la gente per strada, i bulli e gli assassini sono già puniti dalla legge, e sono previste anche le aggravanti.
La reazione di Zan al comunicato della Cei tira astutamente in ballo Mattarella, ma i vescovi hanno tenuto la schiena dritta. Grazie a Dio.

Io non faccio finta di non sapere che ci sono, o forse dovremmo dire ci sono state, insieme a quelli che hanno fatto della loro omosessualità una bandiera, una storia politica, una via al successo, anche persone che oltre alla sofferenza per la loro storia hanno anche dovuto soffrire per non essere state accettate, in alcuni contesti storici e culturali. D’altra parte chi può dire di essere amato veramente, pienamente per come desidera? Chi di noi almeno una volta non è stato frainteso, non capito, non incoraggiato quando ne aveva bisogno?

Non credo però che tutta la sofferenza che uno prova possa venire dallo stigma sociale, perché se si è felici e sereni il giudizio degli altri è abbastanza poco importante. A me per esempio non importa nulla degli insulti del gay pride (loro ovviamente possono insultare).

Noi sappiamo bene Chi guarisce il cuore dell’uomo: non è l’approvazione sociale, non è l’amore umano, non è, tanto meno, una legge che mandi in galera chi dice la Verità sull’uomo e sulla donna, su cosa davvero compie la nostra umanità.

Ecco cosa hanno scritto i nostri Vescovi, che ringraziamo di cuore. Sebbene siano parole equilibrate e toni pacati, sappiamo che c’è voluto coraggio, in questo clima arrogante e violento contro chi dissente dal pensiero unico.

 

“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva.

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.

Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto.

Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.

 

La Presidenza della CEI

10 giugno 2020